il racconto intenso ed emozionante di Rossana Dagnino in coppia con Michele "little hands" Manini. Insieme hanno concluso l''incredibile attraversata a tappe delle Alpi: la Goretex Transalpine Run. Trovo davanti ad un foglio bianco e rifletto sul come le parole possano imbrigliare immagini che continueranno a fluire libere nella mente come tracce indelebili di un sentiero infinito.Nel 2006, colpevole una rivista del settore, la goretex transalipine-run si è insinuata nella mia mente. Ero inconsapevole a cosa sarei andata incontro: una delle esperienze umane più straordinarie della mia vita. 29 agosto 2008, siamo a Rupholding (Germania), Michele ed io. Occhi sgranati e spirito smarrito nelle incertezze che ti assalgono quando i dubbi assorbono lo spazio intero della mente. Lo spirito resta sospeso, come la luce di un led in stand-by. L’aria è immobile. Incontriamo subito Alex, venezuelano, che, oltre ad arrivare terzo assoluto, rappresenterà il sorriso che ci aspettava all’arrivo di ogni tappa. La cena è un tripudio di gente di non so quante nazioni. Lo smarrimento è tale che quasi tremi nelle ginocchia. Il primo camp: una distesa di sacchi a pelo. Osservi i corpi statuari, come è buona distorsione mentale di ogni atleta. Si scoprirà alla fine che il corpo rappresenta solo il veicolo per far emergere la persona . Non è necessario correre, o peggio, vincere, puoi essere persona anche stando immobile, con il tuo semplice ma autentico “ essere presente ”. Nel nostro vagare la mattina della partenza, appaiono sul nostro cammino Carlo e Laura, spagnolo lui, italiana lei. Sono esperti di gare endurance, dal Tour dè Mònt Blanc alla Marathon dè Sables: un’ancora per noi. Carlo esordisce con un consiglio che durante la gara diventerà il ritmo del nostro passo, con accento marcatamente spagnolo, senza pronunciare le “doppie”, tipiche della lingua italiana: “ ricorda, quando ti sienti bene, ralenta …”. Siamo allo start… l’esordio del countdown è dato dal graffio stridente di una canzone degli Acdc “highway to the hell”. Lo trovo un sarcasmo superfluo ed eccessivo, forse, ma solo perché la montagna non è ancora dentro di me. 38 km: volano, la vetta arriva e la discesa sembra non finire, il lungo lago ci sfianca ma arriviamo al traguardo inconsapevolmente “in orario” e sani. Abbiamo incontrato nel percorso le anime con le quali andremo a condividere questa esperienza straordinaria: gli italiani Nicole e Roberto, carabiniere che, per ironia, corre con il pettorale 112, Chiara e Maurizio, friulani, e i due fratelli spagnoli Daniel e Xavier, giornalista quest’ultimo, inviato a scrivere una cronaca sulla gara. Giungiamo al traguardo, ingoiamo il possibile e ci immergiamo in una gelida fontana. Subito balena nella mente come il bagliore di una lama tagliente: 50km. Il secondo camp rappresenta la prima vera prova di una “tolleranza” che non sapevamo di possedere. Nazioni diverse, odori mescolati, bende, pomate, vesciche iniziano a fare il loro ingresso, sacchi a pelo troppo vicini, dormiamo sul pavimento di una delle tante scuole nelle quali dormiremo nelle giornate successive.
L’ansia divora l’anima nelle poche ore di sonno. Alle 4.30, fantasmi che ciondolano confusi e ferrei atleti-robot che hanno già predisposto la loro attrezzatura si mescolano in un’unica fila, rigorosa, per la colazione. Si sbrana qualsiasi cosa. Eccoci al secondo start, quasi non respiro. 30 secondi, arriva!…. Highway to the hell…questa volta ho un fremito. Quel graffio inizia a pervadere e scuotere il mio sangue. Partiamo: i primi 10km scivolano via quasi fossero nulla, arriva l’inferno…10 ore e mezza. Le gambe salgono e scendono, ripetutamente, vette e discese si alternano e non terminano mai, il caldo è asfissiante…fiacca ogni passo e appesantisce il respiro… proprio come all’inferno. Cominci allora a scendere dentro di te cercando di capire come si fa a mantenere l’equilibrio tra la mente e il corpo, tuttavia inizi anche a percepire il punto dove la mente abbraccia il corpo e il corpo sostiene la mente . Arriviamo, sì! chiudiamo i 50km, in orario e sani. Primo impatto con la realtà più crudele di questa gara: i check-point. Avevamo scambiato i check-point per ristori e per semplici punti di controllo sui passaggi. I check-point invece sono lame che tagliano fuori: eliminano l’equipaggio, game over. Michele quella sera resta impantanato nelle ombre dei dubbi e la tappa del giorno successivo si trasforma per lui in un’agonia. Cerco una forma di atharassia personale: tutto quello che accade non mi tocca, devo andare avanti . Esaspero perciò la razionalità e, come un faro che si allontana davanti a te, ma non troppo affinchè non sfugga dalla tua vista, così io, a mio modo, cerco di far sì che Michele giunga all’arrivo, costringendolo nel combattere me, che continuo a salire a pochi metri sempre davanti a lui, a domare il demone che gli schiaccia il respiro. La sera, si cena ad un rifugio. Lo si raggiunge con la funivia. Mentre saliamo, nel silenzio della serata e delle nostre menti, scorgiamo un cerbiatto sui pendii…è un gesto di dolcezza che la montagna ci regala quando fino a quel momento tutto ancora ci pareva crudo e aspro. Michele non sta bene, ha la febbre e le notizie da casa ci portano a valutare l’abbandono. Siamo allo start, ancora una volta: giorno per giorno come se fosse l’ultimo. Michele è carico, sta straordinarimente bene. 46km: highway to the hell…Sì! ora “la via diretta per l’infermo” è diventata il battito del tuo cuore che sospinge forte il sangue nelle vene, è il passo che non cede e chiede alla montagna il permesso di salire. L’attraversamento di un altopiano nella nebbia ci immerge in un mondo surreale, l’amico spagnolo, nel suo articolo, ha parlato di “pinguini nella nebbia”…niente di più azzeccato… la nostra corsa è un ciondolare a seconda di dove si avverte il dolore. Arriva la salita, alla fine di una valle, tra su e giù di brevi e dolci dossi, tra le mucche oziosamente sparse al pascolo. Giungiamo ai piedi della montagna, la salita è lunga, dura, a fianco di un imponente ghiacciaio, seguo i talloni di Michele: è un solo ritmo, un unico incedere. In salita tutto sembra allinearsi dentro di me, provo una dimensione di bene-essere. Prego la montagna che possa permettere al mio incauto incedere di raggiungere la sua cima. Fa freddo, ma stranamente, questa volta, non lo avverto. Michele è emozionato. Riconosce le alpi italiane: i “nostri “ ghiacciai, le “nostre” impervie ascese sui sentieri stretti, irti e sassosi. Andiamo forte. Stiamo recuperando posizioni. Il nostro amico venezuelano, Alex, devastato da inimmaginabili vesciche nei piedi che lasciano intravedere ormai in alcuni punti le ossa, con uno spirito immenso e ricco quanto il suo sorriso e il suo saluto che sempre ci attende all’arrivo: “italiana, forte! forte!” e con l’indice si riferisce alla testa. Andiamo forte quel giorno. Sì, la nostra testa è davvero forte, come il nostro cuore e i nostri polmoni. Michele è pervaso dall’entusiasmo come una sfera che irradia e illumina di una meravigliosa energia propulsiva. A volte però l’entusiasmo diventa pericoloso perché può funzionare come un’anestesia. L’adrenalina che si produce attenua il senso della fatica che i muscoli comunque stanno sopportando. Michele sta bene, sorride finalmente, ha fatto pace con la montagna, il suo animo è nuovamente disteso….e 4 birre medie scivolano giù che è un piacere! Diventeranno per lui l’integratore per eccellenza e stranamente più efficace di ogni fine giornata. Quarto camp: nel sottoscala umido di una palestra. Bende, unguenti, cerotti, odori, vesciche e il dormire per terra mentre gli altri ti passano sulla testa sono diventati ormai i frammenti essenziali di una anomala normalità. Quel giorno, seduti su una panchina al sole, appena fuori da una di quelle tipiche casette nordiche che sembrano uscite da una fiaba dimenticata, conosciamo Silvano, compagno di Ettore: i trentini primi in classifica. E’ un ex triathleta, di quel triathlon dei tempi d’oro degli anni ‘80/’90 dei pionieri della disciplina. Ora Silvano corre, o meglio, vola sulle cime, nella vita vende polli allo spiedo e gestisce con la famiglia un rifugio. La sua straordinaria semplicità e calma di spirito cozza con l’argento vivo che Dio gli ha marcato nell’anima e che guizza da quegli occhi azzurro cielo. Come tutti noi, dorme per terra, non in hotel. Il giorno dopo, intanto, scivolano via anche i 37km…Arriva la 24km, quasi 25km…come?... sembra una sciocchezza, ma basta un’occhiata ai metri di dislivello per levare ogni tentativo di sottovalutazione. Una salita severa, bellissima, una montagna imponente, sovrana, sassosa, aspra. Si ascende passo dopo passo sferzati da un vento gelido che ti prende a schiaffi, solo ogni tanto però. La quota sopraggiunge ai 2.950metri. Riesco a scorgere il check-point. Fremo per arrivarvi, l’ansia di non passare i cancelli a causa delle discese rappresenta la mia maggiore fissazione. La mia è una preoccupazione contro-corrente in quanto quasi tutti i partecipanti temono le salite e non le discese. Nei 100metri che mi conducono al check point il vento è sferzante, ghiacciato, in una manciata di minuti mi gelano le dita dei piedi e delle mani. Michele s’infiamma perché non parlo mai. Ha ragione. Sono concentrata però e metto tra parentesi il suo fondato brontolio. Arrivo al check, ci siamo! In orario. Mi riscaldo e mi affaccio sul vuoto, una discesa lunghissima…avverto un dolore pungente alla tibia sinistra…fa male, faccio finta di niente, cerco di trovare un equilibrio nell’andatura. Al traguardo mi reco dai medici per avere del ghiaccio. Mi accomodo a fianco di un fantasma bianco sdraiato sul un lettino coperto da un lenzuolo termico, ha l’ago della fisiologica nel braccio. Il medico mi si avvicina, si china davanti a me, scruta la mia gamba, muove il piede, tasta la tibia e pronuncia: “you stop”. Questa frase rimbomba come un fragoroso frastuono: avverto un chiasso stridente, stonato e violento nell’anima. Sopraggiunge un infermiere che parla italiano e mi conferma che vogliono fermare la mia corsa: è periostite. In quell’attimo, l’anima si ribella, con garbo, ma irrompe: No. I dont’ stop, not now . I can walk . La mia risposta. Esco dall’infermeria ma ho l’anima a pezzi. Concludiamo la 7° tappa nei tempi, Michele dà il ritmo, io seguo i suoi talloni e mi concentro sul movimento curando con parsimoniosa attenzione di restare sempre in bilico tra il fastidio e il dolore. Mio padre è sempre con me e corre al mio fianco anche ora, come un tempo. Durante la discesa incontro altri fantasmi che dondolano come me e riesco ormai a percepire chiaramente la determinazione e il coraggio di tutti noi. C’è qualcosa di più di una gara in ballo, ci sono le nostre volontà e i nostri spiriti. Tanti volti: nessun nome. Tanti esempi di vita: nessuno status sociale né posizione lavorativa di lustro contano. Ci sono madri e padri che hanno percorso questa highway con i propri figli, si sono esposti e si sono messi in gioco come genitori. C’erano amici per la pelle, o semplici compagni di squadra, coniugi e fidanzati. Ogni equipaggio con la sua storia e il suo grande esempio di vita. Ci siamo: the last one highway to the hell …l’ultima tappa che ci condurrà a Sesto passando attraverso le Tre Cime di Lavaredo. A Michele non dico più di tanto, il dolore già prima della partenza è davvero acuto. Fingo di nulla. L’entusiasmo dei compagni di viaggio permea tutta l’aria intorno, traspira da ogni cellula, si spendono sorrisi e abbracci. 30 secondi…countdown…highway to the hell…si parte…impossibile per me tentare di correre! Il dolore è acuto, cammino… 500metri e siamo ultimi con 10 km di asfalto diritti davanti prima del check point. Siamo gli ultimi e siamo soli. Mi sovviene alla mente un messaggio ricevuto: credi in ciò che fai . Non mi arrendo, chiedo a Michele di calcolare il passo per arrivare in tempo. Dietro ai suoi talloni, mi concentro, scendo nel profondo di me stessa e mi sforzo di elaborare che la forma di dolore sia lo stato normale del mio esistere. Mi scopro viva e forte, non voglio mollare, nemmeno quando mi si affianca il furgone con il medico a bordo, ripeto: I cannot run, but I walk . E il ritmo delle mie braccia e delle mie gambe si muove con la forza del mio cuore dientro a Michele, lo seguo pedissequamente, come un pulcino segue l’anatra adulta. Anche lui, come me, abbandona la paura in un angolo e cerca di darmi forza nell’incedere. Passo anche altri miei due compagni di sventura, due spagnoli atterrati anche loro dal medesimo dolore, Michele li soccorre con del ghiaccio, condividendo con loro un sorriso e un abbraccio. Giungiamo al primo check, in orario! Di poco, ma in orario. Davanti a noi: la salita, un muro. Michele dà sempre il passo, con assoluta determinazione, saliamo. Passo dopo passo iniziamo a recuperare terreno e raggiungiamo non pochi altri concorrenti. Nell’impetuoso ed incalzante nostro incedere, con il permesso della montagna, li passiamo tutti. Ci si apre davanti un maestoso ghiaione, il nostro spirito si inchina davanti a ciò che è davvero grande ma umile prosegue il suo passo. In questa seconda ascesa devo cedere il passo e rallentare dietro alla titubanza degli altri atleti, molti di loro, mi tuona Michele, rimproverando la mia impazienza, sono intimoriti dalla pericolosità di questa salita. L’accettare che pochi ti facciano passare in salita quando sai bene di avere grandi difficoltà rispetto a loro nella discesa e quando poi per la discesa se ne vanno giù come…”scatole di tonno”, come dice Michele, e la consapevolezza che davanti a te hai un check point che ti può eliminare, perfino all’ultimo giorno, ha davvero messo a dura prova i miei nervi. Michele rischiava con me questa eliminazione. Passiamo il ghiaione, arriva la discesa, faccio del mio meglio e gestisco il dolore come posso. Respiro, un’altra volta: arriva nuovamente una salita, spremo lo spirito, tutto insieme, in un solo battito, proteso verso la cima. Seguo i talloni di Michele, non vedo altro. Passiamo anche la via ferrata, sembra finita… ma il check è ancora lontano. Mi sovvengono le parole di Daniel, l’amico spagnolo: quando non arrivano le gambe, arriva la testa, dove non arriva la testa, arriva il cuore . Ed è questo mio cuore che con assoluta determinazione mi ha portato in fondo, a fianco di Michele. Siamo arrivati al 2° e anche al 3° check in orario, quest’ultimo era a fine di una discesa di 7 km dove anche il ginocchio destro mi aveva abbandonato, “andavo solo di braccia”, sostenendomi sui bastoncini. Al 3° check ci ha aspettato Xavier, il fratello di Daniel, che proprio a causa della periostite non aveva continuato la gara, tuttavia voleva percorrere gli ultimi 6km con i suoi amici italiani, cioè, oltre noi, anche Nicole e Roberto, atterrato anche lui dalla periostite. Questo demone ha colpito più di un terzo degli atleti a causa dei 40km di asfalto inseriti quest’anno e correre più di 40 km con scarpe da trail per lunga distanza non è tra i consigli più opportuni. Arriva l’ultimo km, come a Klagenfurt, assaporo ogni mio movimento, ogni respiro, ogni battito, ogni elemento che mi compone e ringrazio Dio per sentirmi così dannatamente e straordinariamente viva in quel momento. Ad un centinaio di metri dalla finish-line: mi arresto. Mi volto indietro e aspetto. Resto lì, immobile in tutto il mio “essere presente” , ferma, a pochi passi dalla fine, insieme alla figlia di Nicole, Luna e al compagno Leonardo. Guardo i prati di Sesto e il ponticello appena attraversato. Aspetto la mia squadra: Michele, Daniel, Xavier, Nicole e Roberto. Mi passano a fianco intanto altri equipaggi, riconosco i loro volti, non i nomi, li incito, applaudo, ho il cuore gonfio e l’anima piena. Sopraggiunge Michele, che si era fermato al passo di Daniel e Xavier. Manca poco , mi rassicura, stanno arrivando . Ed eccoci sul rettilineo, tutti e sei insieme, mano nella mano, a braccia alzate, a tagliare la finish-line nell’abbraccio forte dell’amico venezuelano, Alex, degli altri italiani e nei sorrisi di tutti quanti. Un pensiero vola al nostro Amico Germa che nei giorni precedenti spesso era nei nostri pensieri. Guardo Michele, lo osservo e non ho altre parole nel mio cuore: in cima, o in fondo, insieme, sempre . Ci scambiamo uno sguardo: consapevoli entrambi che questo è solo l’inizio. Finisher! 3 nazioni attraversate, 300 i km percorsi e 16.000 i metri di dislivello, poco più di 53 le ore che la Montagna ha scelto di condividere con noi. “ Quando ti sienti bene, ralenta”..… nella corsa come nella vita, ho imparato…rallenta il passo e assapora l’incedere verso la vetta di ogni tuo progetto.RossanaMichele
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