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Home Archivio News 2010 Trofeo Paolo Ravasio….l’alta via dell’Adamello: il sentiero numero 1.

Trofeo Paolo Ravasio….l’alta via dell’Adamello: il sentiero numero 1.

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Decidi tu, puoi condividere con la Montagna un solo giorno o due, tanto, qualsiasi sarà la tua scelta, primo o ultimo che tu arriverai, lei ti attraverserà dentro sempre e comunque fino a piegarti le ginocchia e a riempirti l’anima rendendoti colmo lo spirito.

In breve vi racconto un'emozione straordinaria:

 

 E' stata un'esperienza durissima, ho tastato con mano i miei limiti e ho scavato nelle profondità del mio cuore per trovare la forza di mettere un piede davanti all'altro fino in fondo.

Ho scelto di condividere con la Montagna 2 giorni, 3989 metri di dislivello in salita e 3200 dislivello in discesa, percorrendone 56 km.

Per me e Michele ha voluto dire: 12 ore il primo giorno, 6 ore il secondo, 18 ore totali di sassi, pietraie, morene, catene, corde, chiodi, massi, nevai, rovi, sentieri, cascate...sudore, sorrisi e lacrime…ricordo solo quelle di gioia però, all’arrivo.

Tappa al rifugio Prudenzini, noi ci siamo arrivati alle 17 circa, 6 ore dopo i primi…già.

Eravamo tutti stretti, impilati, quasi ammassati uno sull'altro, tra zaini, scarpe, stanchezza, sacchi a pelo e umana convivialità mentre fuori pioveva a dirotto.

Il Prudenzini…un rifugio che, durante il 1° giorno di gara, pensavo di non raggiungere…un rifugio che mi sembrava non esistere nemmeno quando ancora barcollavo tra un sasso e una corda nel salire al Passo d’Avolo …pensavo che la Bocchetta Brescia fosse un aspetto “tecnico” della gara…sì, lo è…ma l’Adamello, con lei, non mi aveva mostrato che il preambolo delle sue profonde venature.

Nelle poche ore di sonno, circa 7 in due giorni, ho fatto sogni assurdi: persone care che non ci sono più e persone care che ci sono ancora, ma che potrebbero svanire senza che io lo sappia perché mi trovavo isolata.

Forse mi sono trovata catapultata in un’altra dimensione, camminando, ho percorso salite impervie e ripide discese ma soprattutto sono stata capace di scendere nelle profondità dei miei limiti e delle mie paure.

                  

Attimi di sconforto per la pioggia quando i passi scivolano e le mani non facevano abbastanza aderenza oppure per il caldo bollente che ti cuoceva la pelle sulla roccia, attimi di smarrimento...attimi in cui ti fa male tutto…attimi di paura nei quali tasti la precarietà della tua vita che in un istante potrebbe anche scivolarti via di mano con un mancato appiglio, come sulla Cresta Ignaga, impervia, austera e dannatamente pericolosa come per quei giovani alpini della seconda guerra mondiale, e nel primo tratto di discesa dal Premassone, quote intorno ai 3000 metri, dove ti trovi a strapiombo nel vuoto, attaccato ad una catena o ad una corda, scendi lungo vie improvvisate e traballanti, abbarbicato tra la roccia nuda e i chiodi piantati nel suo fianco...basterebbe un attimo per non sentire più nulla...attimi di emozione, sotto le cascate gelate o in cima al mondo, anche solo per un momento in cui tutto merita il vivere.....attimi di instabilità e di cadute sulle pietre appuntite che tagliano e fanno male...attimi intensi vissuti fino in fondo a se stessi.

Ho improvvisato una gara che richiedeva invece mesi di preparazione...e ho sbagliato pagando il mio errore...ho dovuto scavare dentro di me per cercare le mie risorse nella testa e nel cuore, grazie anche al sostegno e al sorriso ricevuto dai compagni di viaggio...sono arrivata quasi in fondo in classifica, ma...sono arrivata fino in fondo senza mollare.

Di me sono contenta per la resistenza mentale e fisica, anche se, all'ultimo rifugio (il Tonolini a circa 2400 metri) del secondo giorno (dopo avere 12 ore nelle gambe del giorno prima), dove mi mancavano ancora 2 passi da valicare (il Premassone a 3000 poi giù per nevai e catene e poi ancora su a 2600 per quello che mi dicevano essere un muro verticale, soprannominato “il passo del lunedì”) ho avuto un attimo di stanchezza e di demotivazione: stavo seduta con la borraccia in mano, occhi a palla, sbarrati nel vuoto.

Rivedevo nella mentre il percorso e mi sembrava impossibile, le mie gambe e il mio cuore avevano passato il Blumone, la Bocchetta Brescia, il D’Avolo e l’Ignaga, il Poia, il Miller…e ora ero ai piedi del Premassone.

Due compagni di viaggio si sono seduti davanti a me, anche loro a bere dalla loro borraccia prima della "rampicata" a 3000 sui pietroni. Con loro ho condiviso quasi tutto il percorso.

Uno dei due, una gradita sorpresa, è un mio ex collega della Berlucchi, assunto proprio da me nel 2008. Vedendomi, mi hanno chiesto cosa avessi ed io ho risposto "mi sono rotta i c......i".

Loro: "Hai male da qualche parte?"...."ovunque ma come voi, nulla di particolare, mi sono solo rotta i c.......i"...ho risposto.

Pier, il mio ex collega: "oh, Ros, mica dovrò farti io adesso il colloquio?"...ho sorriso, lui mi ha sorriso e ci siamo alzati.

Mi sono ficcata giù per la gola un pezzo di torta appassita e stantita (non riuscivo più nemmeno a mangiare), mi sono incamminata dietro di loro sulle pietraie, poi il nevaio, poi le catene e poi...e poi ...e poi...e con un passo dopo l'altro sono arrivata...quasi ultima (24esima su 30 equipaggi) ma non importa, l'ho finita!

Sulla diga che porta al rifugio Garibaldi, che è l'arrivo, sotto la parete nord dell'Adamello, un nodo in gola...grazie papà e grazie “zietta” di essere stati con me....so bene cosa significhi perdere improvvisamente qualcuno…è come uno strappo nell’anima, crea uno squarcio…lo senti subito ma ti accorgi solo col tempo quanto male faccia perché tutto resterà per sempre in sospeso….nemmeno il tempo di un saluto.

Davanti a me c'erano Pier e il suo amico, compagni di questo lungo e duro viaggio, pochi altri compagni dietro di me e molti altri davanti...sentivo acclamare le gente che ci aspettava al rifugio…un “batti 5” a Gigi che ci aspettava sulla diga con un sorriso commosso dietro i suoi occhiali da intellettuale…. ero tra gli ultimi, ma la gente mi applaudiva lo stesso e c’era chi suonava trombe da stadio...Roby e Rosalba mi sono venute incontro sorridenti…mano nella mano con Michele…distrutti ma commossi abbiamo passato la finish line…nell'abbraccio di tutti questi nuovi amici sono arrivata anche io...e sono proprio contenta.

L’abbraccio della moglie di Gigi…ero tra gli ultimi…non mi conosceva nemmeno, ma era felice nel vedermi e il suo abbraccio sentito mi ha commosso.

 

L’amico Sergio, esperto di queste avventure, un peter-pan

 

che vola sopra i suoi 52 anni come se fosse un ragazzino.      

 

L’amico Roberto, salito apposta al Garibaldi per abbracciare Michele e me, commosso anche lui negli occhi e nell’abbraccio.

Guardo ancora una volta Michele e non ci diciamo nulla perché non serve…siamo arrivati in fondo…ancora una volta. E questo basta.

 

Eravamo circa 80 anime sull'alta via dell'Adamello, pericolosa e insidiosa, in silenzio, ognuno col suo passo, sotto un sole infermale o sotto la pioggia battente (alcuni hanno preso anche la grandine e hanno trovato riparo sotto dei massi), ognuno con le proprie forze ma consapevole di non avere avversari intorno a sè ma compagni di viaggio...               

 

Sempre accanto a me, Michele, col mio stesso passo...ora l'uno, ora l'altro davanti, procedevamo in fila, in salita e in discesa, quasi sempre in silenzio.

 

Entrambi consapevoli che l'altro c'era, eri lì, era pronto...senza bisogno di tante parole.

 

E che dire di quella guida alpina che se ne stava attaccato via ad una corda sul Premassone che è stato attraversato da un fulmine mentre stava ad aspettare il passaggio dei concorrenti..."fortunatamente" si è bruciato solo la mano perchè il fulmine ha centrato il cavo al quale lui stava attaccato...ed era lì ad aspettare noi e per aiutare noi...ed anche qui le parole sono superflue.

E' stata dura, durissima, ma sono "cresciuta" ancora un pò nelle profondità dell’anima e ringrazio l'Adamello per questo ....

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